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martedì 28 marzo 2017

Recensione Di donne e altre onde di Roberta Lagoteta


Titolo: Di donne e altre onde
Autore: Roberta Lagoteta
Casa editrice: Talos edizioni
Pagine: 200
Trama:
“Di donne e di altre onde” è tratto da più storie vere. Come recita la didascalia che apre il prologo, “riconoscerete pezzi di persone e persone a pezzi”.
Il romanzo parte con un evento luttuoso, crudo. Una ragazza, della quale più avanti si scoprirà il nome, si suicida lanciandosi dal quarto piano della palazzina in cui abitava con la madre. Assiste alla scena Azzurra, personaggio principale. È una bambina vispa, sognatrice, estremamente sensibile. Quel tuffo dal finale cupo le si insinua nella mente, come un fragore incessante di sottofondo, e le mischia i pensieri, riemergendo vivido nel tempo per lasciarla a interrogarsi sulla morte e sulle passioni umane. Azzurra cresce in una famiglia come tante, l’ambientazione è un paesino del Sud vicino al mare. Il padre è giornalista per un giornale locale e la madre gestisce un negozio di prodotti per la casa. I rapporti fra i genitori sembrano complicarsi con il passare degli anni e, soprattutto, cambia misteriosamente Ludovico, il padre, attraversando una prima fase di freddezza svagata per poi diventare burbero, soverchiatore.
L’adolescenza si abbatte sulla protagonista lesta e feroce; la trasforma, naturalmente, nel corpo ma la rende anche afasica, eversiva, ipercritica. Il ricordo tragico di quella ragazza morta è come un veleno che inquina azioni e progetti futuri. Un fantasma con il quale Azzurra avverte un indecifrabile legame, che circostanze particolari sveleranno.
Azzurra incontra Teo, a un concerto, un ragazzo proveniente da un ambiente problematico. Tra i due è subito amore viscerale, sofferto, carnale, intenso, come una dipendenza. Teo la picchia, la sfrutta, e allo stesso tempo le usa una dolcezza infinita, le impregna la vita di poesia e le insegna ad amare.
Entra in scena un personaggio fondamentale: Dafne. Azzurra la conosce all’università.
Le due ragazze hanno molto in comune, soprattutto nella sfera psicologica. Sono fomentate da una rabbia adrenalinica e distruttiva ma sono così fragili, piene di contraddizioni. Decidono, disegnano castelli e poi disfano, soffiando via tutto come fumo.
La storia, a questo punto, si svolge su due piani paralleli, perché la penna, come una telecamera, riprende le vite di Azzurra e Dafne in contemporanea.
Sullo sfondo, l’Italia delle periferie e la rabbia degli anni Novanta, “quel patetico, ibrido decennio, caratterizzato dall’affermarsi di produzioni artistiche di bassa lega, consumismo in aumento, una linea piatta dietro l’angolo e l’insidia delle droghe già dissolte nei liquidi corporei delle vecchie generazioni”.


Azzurra e Dafne, sono le due protagoniste della storia, due ragazze che si conoscono all’università. Due donne che vivono vite parallele, ma con un “nemico” comune, la droga.
Entrambe si trovano a vivere una fase della propria vita fatta di ospedali, comunità, case famiglia, ecc. Ma loro, non sono le uniche protagoniste del romanzo, infatti conosceremo le “altre onde”, Filippa, una ragazza che all’inizio del libro, si suicida, non ci viene spiegato subito il motivo del suo gesto, ma solo alla fine, capiremo perchè la giovane decide di compiere questa azione. Cesare-Colette, un ragazzo “imprigionato” in un corpo maschile, che ad un certo punto prenderà una decisione che cambierà radicalmente la sua vita, Ludovico il padre di Azzurra che nasconde qualche “sassolino nella scarpa”.
L’autrice, racconta attraverso le sue protagoniste, alcuni spiacevoli episodi che purtroppo accadono anche nella vita reale e che spesso non vengono denunciati.
E’ un libro scritto benissimo, che coinvolge e soprattutto, fa riflettere.


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